DOPO GENOVA
2 agosto 2001
Ho voluto lasciar passare qualche giorno, per prendere un po' le distanze.
1) Sabato mattina ho lasciato la casa dell'amica genovese che mi ospitava e sono andato verso piazza Kennedy. Sono passato da piazza Alimonda e ho sostato davanti alla improvvisata lapide a Carlo Giuliani. Sentivo la necessità di farlo, perché non c'è nessuna morte che abbia un senso. Senza retorica su martiri, assassini o sciocche e inappropriate citazioni di Pasolini.
Venerdì c'era stata una totalmente irresponsabile gestione della piazza e dell'ordine pubblico che aveva sortito un solo risultato tangibile: un morto, che non è stato frutto né della casualità né della cieca violenza. E' stato come quando ci sono le vittime di una frana o di una alluvione. Una logica conseguenza della incapacità di governare i fenomeni.
2) Non mi è successo nulla e non sono stato testimone diretto di nulla che si possa considerare significativo nella quantità di cose lette in questi giorni.
3) Avevano preparato tutto: i sacchi per i cadaveri, i reparti speciali per gli arrestati, i picchiatori scelti. non c'è stata casualità. C'era una precisa intenzione di determinare la situazione più difficile possibile per spingere chi governa e chi si oppone ad occupare i poli estremi della discussione.
Radicalizzare e isolare il movimento, impaurire e allontanare i moderati, saldare il blocco di potere fra governo, maggioranza parlamentare e nel paese e apparato repressivo. Tremonti garantisce il fronte economico-produttivo dei ceti medi, Lunardi sgombra il campo sulle grandi opere, Scajola si occupa del suo settore. Intanto procede la depenalizzazione del falso in bilancio e parte la nuova offensiva sull'immigrazione.
4) Hanno colto ogni debolezza e ogni contraddizione: è ovvio che:
a) la testa politica del movimento era pressoché inesistente;
b) quella organizzativa era inadeguata;
c) le parole sprezzanti di Cofferati nei confronti del Genoa Social Forum alla vigilia del vertice erano un segnale di abbandono alle sue sorti per il movimento;
d) i Ds hanno usato Genova solo in chiave congressuale, senza capire nulla;
5) Agnoletto prosegue negli errori quando dice che il GSF rappresenta la parte più significativa dell'opposizione sociale oggi. Il movimento è giovane, radicale, inesperto. D'ora in poi è necessario che accentui la sua impostazione nonviolenta, senza consentire però che si formi una massiccia ala dura che non accetta la nonviolenza.
Non possiamo lasciare che i centri sociali che hanno imboccato un cammino vengano esposti al doppio assalto: dalle istituzioni e dalle loro frange estreme. L'antagonismo violento è una parte del movimento, la sfida è quella di conquistarlo alla nonviolenza, non quella di isolarlo, magari con le spranghe dei servizi d'ordine interni ai cortei.
6) Così tanti giovani in piazza si erano visti solo con i papa-boys. Manconi ha scritto su repubblica che le uniche elaborazioni di rilievo nel movimento vengono dal mondo cattolico. Che non sia una coincidenza?
7) Sabato mattina, prima di andare in manifestazione, ho spiegato a una decina di amici con cui pensavo di dividere la giornata che sarebbe stato meglio per tutti segnarsi i numeri di telefono del servizio avvocati del Genoa Social Forum, qualora ci fossero stati problemi. Nessuno fra loro è particolarmente politicizzato, nessuno fra loro poteva prendere seriamente in considerazione l'idea di "finirci in mezzo".
Tutti erano a Genova. Perché? Perché c'erano 300mila persone senza che avesse aderito il sindacato? Senza che la triplice avesse organizzato treni e pullman? Senza che il maggior partito della sinistra italiana si fosse ufficialmente mobilitato? Meritavano, i 10 e i 300mila, una preparazione più adeguata? Meritavano un corteo con un servizio d'ordine?
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