LA GRAZIA A SOFRI
1 agosto 2003
Ho partecipato alla catena dei digiunatori che sollecitano un provvedimento di clemenza per Adriano Sofri e Ovidio Bompressi. Un primo turno nel febbraio 2002, poi altri. Durante l'estate ho indossato qualche volta una maglietta realizzata dai comitati "Liberi Liberi" diversi anni fa. C'è disegnato il fiocco giallo, simbolo della campagna di chi ha ritenuto e ritiene innocenti Sofri, Bompressi e Pietrostefani e viene riprodotto il celebre "J'acuse" di Emile Zola, quello in cui si gridava l'innocenza di Dreyfuss e si denunciava il complotto ordito alle sue spalle. Non è il caso di scomodare gli storici per stabilire quante e quali somiglianze vi possano essere nei due casi. Per me ce ne sono. Ma il punto non è questo. Non ho più la pretesa di avere ragione e non sono più in attesa di un notiziario televisivo che mi comunichi l'esito dell'ennesima Camera di Consiglio per sapere quale sia la nuova sentenza.
Ho 36 anni e non ho vissuto il clima e gli eventi a cui si riferiscono il processo e la condanna di Sofri, Bompressi e Pietrostefani. Anche la storia di Lotta Continua mi è estranea per ragioni anagrafiche. Ho rispetto della magistratura e delle sentenze, senza per questo beatificare ogni persona che indossi la toga del magistrato, ma senza indulgere alle triviali e arroganti campagne di quanti vorrebbero una magistratura serva e docile, come negli anni del cosiddetto "Porto delle nebbie", quando ogni inchiesta scomoda per i potenti veniva insabbiata e resa innocua. Però credo che sia importante porsi delle domande, di fronte a questa vicenda, e chiedersi, per esempio, se non avrebbe più senso trovare una soluzione che ponga fine alla detenzione di Adriano Sofri, piuttosto che restare immobili di fronte all'evidenza dell'assurdità di questa carcerazione. Non voglio esporre tutti i dubbi che mi inquietano sul tormentato andamento delle indagini e dei processi che si riferiscono all'omicidio del commissario Calabresi, ma voglio poter pensare che l'istituto della grazia si possa applicare a situazioni eccezionali. Non credo che possano esserci motivi di ordine pubblico o di sicurezza che siano di ostacolo a un provvedimento di questo genere, nè mi pare che si possa confondere le acque mescolando questo caso con altre vicende, che appartengano al terrorismo politico degli anni '70 o alla stupidera ideologica degli anni '90.
Non mi appassionano i rimbalzi di responsabilità fra le diverse cariche dello Stato e i responsabili del Governo. Mi interessa sapere se esista ancora la possibilità di dare risposte precise e umane a situazioni definite e personali. E' questo che ho provato a spiegare diverse volte, durante l'estate, a chi mi chiedeva il significato di quella maglietta. C'è stato un delitto, sono state attribuite delle responsabilità e delle pene. C'è una persona che a quella pena non si è sottratta continuando ad argomentare con ragionevolezza e con passione la propria estraneità a quei fatti. C'è un comportamento, pubblico e sottoposto alle valutazioni dei competenti organi di sorveglianza carceraria e giudiziaria, che testimonia la struttura della personalità di un condannato. Se, alla luce di questi fatti, non c'è spazio per un provvedimento di clemenza preciso e definito, come si può dare sostanza al concetto della grazia?
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