MILANO INTITOLA L'ARENA A GIANNI BRERA
3 febbraio 2002

Da: Il Manifesto
Di: Maurizio Baruffi

Ci sono giornate di nebbia e di umido a Milano. In quelle giornate è più facile ricordarsi di Gianni Brera, "figlio legittimo del Po". Negli anni passati il Consiglio Comunale di Milano aveva dibattuto sulla opportunità di intitolare alla memoria di Brera una delle più importanti strutture sportive delle città, ma non si era trovata una soluzione praticabile. Per questo motivo lo scorso dicembre, in occasione del nono anniversario della morte di un uomo eclettico e indimenticabile, abbiamo proposto al Consiglio una mozione che invita la Giunta a dedicare l'Arena a Brera.
Abbiamo trovato un largo consenso, la firma dei capigruppo di tutte le forze politiche e la disponibilità dell'Assessore allo Sport, Aldo Brandirali, perché si possa arrivare nella prossima primavera alla cerimonia ufficiale di intitolazione. Lunedì sera, dunque, si svolgerà la discussione e - ci auguriamo - verrà approvata la nostra proposta.
Brera è stato prima di tutto un uomo di cultura, profondamente legato al territorio e alle tradizioni padane. Le sue cronache e i suoi commenti delle vicende sportive si sono sempre intrecciati con la lettura attenta della società, della politica, del costume.
Negli anni in cui non era di gran moda amare i vini e la cucina, Brera condiva la sua narrazione di bicchieri e di tavole. E l'uso raffinato del dialetto lombardo o della radice padana di una cultura e di una narrazione non ha, logicamente, intrecciato nessun rapporto o creato alcun equivoco con le derive politiche di quel genere di passioni. Brera è stato personaggio e opinionista capace di grandi suggestioni.
La sua capacità immaginifica nell'attribuire soprannomi era paragonabile a quella di un vignettista graffiante: se Gigi Riva era "Rombo di tuono", Gianni Rivera non poteva essere altro che "L'abatino", mentre Gimondi, vincitore a fine carriera del Giro d'Italia nel 1976, è stato "Nuvola Rossa".
Partigiano e cacciatore, socialista e libertario, ma soprattutto grande scrittore e cronista mai banale delle vicende della vita e dello sport, ha saputo raccontare di calcio e di ciclismo, di atletica e di ragù. Negli anni ottanta, la domenica sera, Beppe Viola e Gianni Brera discutevano insieme del campionato alla "Domenica Sportiva", un appuntamento da non perdere.
Quando, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, Brera iniziò a scrivere per la Gazzetta dello Sport, dovette occuparsi di atletica leggera, della quale non sapeva nulla. L'atletica in quegli anni era soprattutto l'Arena. Lo stadio napoleonico di Milano.
Nel 1960, quando Livio Berruti vinse i 200 metri alle Olimpiadi di Roma, battendo a sorpresa gli americani, Brera scrisse: "Ho sognato di scrivere questo articolo per tutta la mia vita (...) Non ho vergogna di dire che ho sentito battere il cuore come al momento in cui mi strattonò in cielo il paracadute del mio primo lancio...".
Anche per questo è giusto che sia l'Arena, simbolo dell'atletica e della Milano che fa sport, a portare il nome di Gianni Brera.
Quando morì, la notte fra il 18 e il 19 dicembre del 1992, il suo amico Gianni Mura lo ricordò con queste parole: "Ma oggi questo ti devo: la coscienza che non si può essere avari, nella vita e nel mestiere, che bisogna spendersi, meglio dieci righe in più che dieci in meno. Meglio un'ora in più con gli amici che un'ora in meno. Meglio il flotto che la goccia. Meglio il rosso che il bianco. Meglio la sincerità, anche quando può far male, che la reticenza e la bugia".

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